Colore e passione in Campanelli

di Cristina Pappalardo – Un opera è bella a seconda di chi la guarda e a seconda di come la interpreta. Questa era l’idea per il critico e filosofo inglese Burke. Tale idea che vede la soggettività essere prevalente nel caso di un giudizio di merito in campo artistico non può essere più vera quando si parla di astrattismo e arte contemporanea. Vito Campanelli, pittore veneto da più di quarant’anni stupisce giorno dopo giorno i suoi follower con delle opere materiche ove istinto e passionalità si mescolano con colore e segno grafico. Immensa fucina di idee, opere e colori che conosciamo sotto il titolo di Opus Campanelli si possono ammirare online su instagram e Facebook.

Vito non è un pittore come gli altri. Quando si trascorre qualche istante con lui si resta per forza affascinati dal suo pensiero proteiforme dalla sua profonda conoscenza in ambito musicale e dalla sua vita ricca di aneddoti e vicissitudini incredibili. Vito è stato un eccelso curatore e organizzatore di mostre sia in Italia che all’estero.

Ma che tipo di percorso ha intrapreso questo artista per arrivare a tale maturazione artistica? La sua è una vita fatta di privazioni. Madre e padre assenti. Provvisorietà, timidezza e continui cambiamenti lo conducono a ricercare una dimensione tutta sua e a coltivare la passione della pittura sin dalla tenera età di undici anni. L’arte si manifesta in lui da bambino in attività ludiche e poi a scuola.  La sua prima personale all’età di diciassette anni la organizza a Venezia dove si presenta con due tele astratto informali. Il sacro fuoco della genialità già ardeva in lui con veemenza. Regole, improvvisazione, armonie cromatiche ed equilibri strutturali facevano parte di un unico progetto sempre in fieri.

I suoi dipinti sono corporei, vita e atto. Serenità e trasformazione continua alla ricerca di uno stato d’equilibrio sono tipiche della sua produzione. Durante la sua formazione Vito è rimasto affascinato dall’archeologia e dall’antropologia tanto da ideare tutto un lavoro di scavi e incisioni rupestri intitolato “tracce”.  Tra il 1995 e il 1999 questo artista rende tutto incolore, tutto legato all’ambiente della terra. Coaguli di materia e forme non finite sono le protagoniste. Una tela per Vito è come una poesia che si crea parola dopo parola, segno dopo segno, pennellata dopo pennellata. La carnalità delle tele deriva dall’importanza che questo pittore ha dato alla materia, ora come allora, elemento costitutivo e precipuo da cui partire.

Tutto si colora poi nell’anno 2000 con l’uso dei primari. Ciò che all’inizio sembra casuale, col passare di ore o addirittura giorni si tinge, si mescola e diventa ciò che l’osservatore, a seconda della sua personale interpretazione, vuole che diventi. Non c’è convenzione né tradizione nelle opere di Vito respiriamo libertà ed evasione. L’estasi materica deriva tanto dal segno quanto dalla stratificazione del colore. Invero ci si vorrebbe tuffare nel Rosso e nel Blu che sono i colori Campanelli. Il primo rappresenta la pulsione emotiva. Il secondo rappresenta una sfida continua per l’artista: il blu è più difficile trasporre sulla tela. Basta osservare una delle opere di Vito per esserne totalmente catturati. Un nodo in gola, gli occhi lucidi, i brividi d’estate, una frequenza emozionale, una sinestesia artistica e tutto un universo che pulsa. Ecco, sì, questo è Opus Campanelli.

Cristina Pappalardo

(Nella foto: accanto alla professoressa Pappalardo un’opera di Vito Campanelli)

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