Il voto dopo l’epidemia

Le recenti disposizioni emanate dal Governo per contrastare la diffusione della Covid-19 (più comunemente detta Corona Virus) stanno mettendo a dura prova la nostra resilienza, ovvero la capacità di resistere agli urti della vita. Le nostre vulnerabilità di uomini nati nel corso del più lungo periodo di pace che l’Europa abbia mai conosciuto, stanno iniziando a emergere e, con esse, si sta finalmente modificando il rapporto che avevamo instaurato con il tempo. Se pensiamo a non più di due settimane fa, quando con un clic potevamo ricevere, appena dopo un giorno lavorativo, un prodotto ordinato sul web, ovvero di come eravamo abituati ad assoggettare il tempo alle nostre esigenze, ora dobbiamo renderci conto che siamo noi a doverci assoggettare al tempo.

Sì, dopo molti anni, il tempo è tornato a farla da padrone e, prepotentemente con esso, siamo ripiombati nell’indeterminatezza e nella precarietà che da sempre hanno accompagnato le vite dei nostri avi.

Ma come erano abituati a vivere i nostri antenati? Come si rapportavano di fronte all’incombere di un’epidemia? Il ciclo completo da affrontare era pressoché sempre il medesimo: guerra, carestia, scarse condizioni igieniche…pestilenza.

La più celebre fu la “Morte Nera”, la terribile pandemia di peste che investì l’Europa a partire dal 1347, decimando circa metà della popolazione del continente, e che a più riprese, si ripropose con particolare veemenza e specialmente nell’Italia Settentrionale, nel biennio 1575-77 e dal luglio all’ottobre 1630.

Queste furono le tre maggiori pestilenze che anche il veneto estuario dovette affrontare e, ciò che più sorprende, è la risposta che a ognuna di queste la popolazione seppe dare, compresa quella chioggiotta.

Colpisce ad esempio come, a seguito del crollo del campanile della cattedrale, avvenuto il 4 novembre 1347, l’intera comunità si mobilitò e provvide, entro soli 7 giorni, allo sgombero delle macerie, per dare atto alla riedificazione a soli 10 giorni dalla caduta. Ovviamente la ricostruzione perdurò per alcuni anni, ma è encomiabile come ciò sia avvenuto mentre in città stava imperversando la peste!

La seconda epidemia conobbe invece l’insediamento in città, nonché il prezioso e imprescindibile operato, dei Padri Cappuccini. Entrata timidamente nella nostra diocesi nel 1585 sotto l’episcopato di Gabriele Fiamma, la comunità dei padri minori vide tra i suoi fondatori, assieme a padre Matteo da Bascio, un chioggiotto, Fra’ Paolo Barbieri, a cui va il merito di avere istituito la confraternita del SS. Crocifisso o della Disciplina, facendo erigere l’oratorio dei Rossi o Battuti, dietro l’attuale Chiesa della SS. Trinità.

I Padri Cappuccini chioggiotti si contraddistinsero particolarmente a seguito della pestilenza del 1575-77 (al termine della quale, la Serenissima decise, come voto, di erigere la Chiesa del Redentore) e, in particolar modo, durante l’epidemia del 1630. Essa giunse a Chioggia sul finire dell’anno, ma le autorità locali decisero di non diffondere il panico al fine di non compromettere vendite e commerci; solo nel giugno dell’anno seguente, il podestà avvertì il Senato veneziano del rapido dilagare del morbo, fatto che condusse la dominante a interrompere ogni traffico fra le due città.

Chioggia al tempo era senza il suo duomo; l’antica cattedrale era andata completamente distrutta nel corso di un incendio divampato durante la notte tra il 25 e il 26 dicembre 1623; il progetto per la nuova fabbrica venne affidato all’illustre “proto” veneziano Baldassare Longhena ma, a causa dell’imperversare della peste, l’edificazione subì una forte battuta d’arresto.

Mentre nel borgo il terribile morbo mieteva una media di vittime che andava da 16 a 30 persone al giorno, vennero allestiti ben tre lazzaretti, gestiti per l’appunto dai Padri Cappuccini, con uno spirito di abnegazione senza precedenti. La peste del 1630 causò 7000 decessi su una popolazione di 12000 abitanti. Quando cessò, il 22 novembre 1631 (già festività di Santa Cecilia), si pensò però a un nuovo voto: innanzitutto di portare a compimento la costruzione della cattedrale e, in seconda istanza, di innalzare un nuovo altare nella chiesa della Navicella, disegnato sempre dal Longhena.

Come abbiamo visto, il termine che più ricorre, legato alla fine di ogni pestilenza, è “voto”. Di certo, quando la fede in una verità trascendente rappresentava l’unico “appiglio” per far fronte alle più temibili avversità, il voto era la manifestazione di riconoscenza, nel compimento di un credo, da parte di una comunità di fedeli.

In tempi attuali, non è certamente pensabile come allora, un’adesione di tali proporzioni a seguito di una religiosità tradizionale, ma può essere auspicabile una grande partecipazione di massa per una giusta causa. L’odierna pandemia, come abbiamo visto in passato per i nostri progenitori, potrebbe rappresentare una stupenda e irripetibile occasione per pensare a un qualcosa di grande da poter dedicare alla nostra città. Dall’inaugurazione di un nuovo parco, al miglioramento del decoro urbano, piuttosto che a una grande rinuncia comune che possa giovare all’intera collettività, come la pedonalizzazione del Corso…non so. So solo che, da questa esperienza, ne usciremo più forti, e migliore la nostra città.

Paolo Voltolina