La pipa chioggiotta: el piasser del lento fumar

Vi è mai capitato di trovarvi in un luogo ricco di arte e storia, di chiudere gli occhi e immaginare quella stessa realtà che state vivendo, proiettandola nei tempi passati? Credo sia successo a ognuno di noi, specie mentre stavamo sperimentando degli istanti talmente piacevoli da voler quasi essere rivissuti…magari però in un’altra epoca.

Quando trovai, in un giorno di bassa marea eccezionale, la mia prima pipa chioggiotta, provai proprio questa sensazione. Mi chiesi: ”Chissà chi l’avrà fumata secoli fa, chi l’avrà fabbricata modellandone la forma armoniosa, e ancora, perché mai avrebbe fumato quel particolare tipo di pipa?”.

Così fantasticando e, negli anni, documentandomi sempre più attorno a questo strano quanto originale manufatto, ho voluto approfondire le mie conoscenze, interrogando vecchi pescatori, ma soprattutto cercando le fonti storiche attinenti all’argomento. Chi vi approccia, spinto dalla mia stessa curiosità, non può prescindere dal leggere uno scritto prezioso, redatto per la prima volta sotto forma di “opuscolo domestico” nel 1977 dal bravissimo
artigiano nostrano Giorgio Boscolo “Femek”, successivamente ampliato e riveduto con l’ausilio del compianto insegnante e pubblicista Giorgio Boscolo (l’omonimia è puramente casuale) nel 1980, per giungere all’edizione definitiva del 2000 per i tipi della casa editrice Il Leggio, corredata da numerose immagini e disegni di altre pipe in terracotta.

La grande occasione che diede l’opportunità di riscoprire questo oggetto, della cui memoria si erano ormai perse le tracce, arrivò verso la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, con la posa della nuova rete fognaria in centro storico anche se, un evento alquanto insolito, si era
verificato qualche mese prima durante l’edizione di “Giochi Senza Frontiere”, tenutasi a Chioggia nel luglio del 1979. Il campo di gara venne allestito allo stadio comunale “Aldo e Dino Ballarin” dove, per permettere lo
svolgimento dei giochi acquatici, vennero scavate delle grandi buche per approntare delle piscine temporanee. Gli operai presenti raccontarono che, man mano che si procedeva allo scavo, emergevano migliaia di pipe dalla forme più disparate, mantenute dall’argilla in un perfetto stato di
conservazione (l’area venne bonificata con scarti di fornace alla fine dell’Ottocento per colmare una secca, al fine di edificare il “Cimitero Nuovo”). Ritornò di colpo alla luce, ciò che per anni era stato sommerso dall’oblio, suscitando grande interesse tra gli studiosi, ma anche tra i molti chioggiotti appassionati di antichità locali.

Non si può non associare la pipa al suo fumatore per eccellenza: il pescatore chioggiotto. Nelle lunghe permanenze in mare, a bordo di una tartana, di un bragozzo o di una bragagna, nelle piccole pause permesse dal duro lavoro, il pescatore, lontano dagli affetti, cercava in quella pipa
un frivolo piacere, un richiamo alla famiglia, un momento di riflessione.
Molti poeti dialettali, anche di un certo spessore, si sono cimentati nel descrivere le sensazioni prodotte da quel lento fumare appartenente a un tempo dove la frenesia non esisteva.

Il materiale da cui veniva fabbricata la pipa era l’argilla prelevata dal greto del Po. Trasportata attraverso i burchi fino a destinazione, il piparo procedeva a una prima mondatura, scremandola dalle impurità più grossolane, per poi compattarla e farla seccare in una stanza buia,
possibilmente priva di umidità. Una volta pronta, la creta ottenuta, veniva modellata dall’artigiano dentro una formella di legno, all’interno della quale era inserito lo stampo in piombo; l’operazione di essicazione avveniva all’aperto, al cui termine la pipa “cruda” era pronta per essere sgrossata dalle imperfezioni; l’ultima fase era rappresentata ovviamente dalla cottura in forno.

Due fonti manoscritte, conservate presso la Biblioteca Civica “Cristoforo Sabbadino”, narrano di quanto fosse diffusa, già a partire dai primi decenni dell’Ottocento, la fabbricazione di questo originale manufatto; in città erano presenti numerose botteghe, alcune con annesse fornaci, e la produzione sul finire del secolo superava le undicimila unità giornaliere!

Le indagini stratigrafiche condotte durante gli scavi, hanno permesso di far risalire la produzione delle prime pipe agli inizi del Seicento, protraendosi fino al termine del secondo conflitto mondiale. L’ultimo piparo si chiamava Luigi Padoan e operava in Calle Fattorini, ma i più celebri furono
Angelo Nordio e Felice Padoan. Il primo partecipò con i suoi gioielli di terracotta, su consiglio del conte Carlo Bullo, alle esposizioni di Napoli, Torino e Vienna, ottenendo importanti riconoscimenti, e conduceva la fabbrica, con annessa fornace, di Calle Vescovi; il secondo insegnava la preziosa arte agli sfortunati orfanelli del Patronato di San Domenico, nello stabile del Lazzaretto.

Come qualsiasi forma d’espressione artistica, la pipa chioggiotta nacque con una forma sobria, dai tratti essenziali, per arricchirsi nel trascorrere degli anni, di decorazioni sempre più ridondanti. Per prassi si tende ormai a suddividere l’excursus della pipa in tre periodi: il primo decorrente
certamente dalla seconda metà del Seicento fino al 1750; il secondo dal 1750 al 1850; il terzo e ultimo periodo, dal 1850 al 1945.

Da alcuni anni a questa parte, Giorgio Boscolo “Femek” ha cercato di adeguare la sua arte alle crescenti istanze narcisistiche dell’”Epoca Social”: portando tre foto (però rigorosamente stampate) ritraenti profilo e faccia del committente, egli è in grado di riprodurne le fattezze con estrema
fedeltà, immortalandole nella terracotta di un’unica e irripetibile pipa chioggiotta. Dando adito a un personale e inedito modo di fumare…fumandosi.

Paolo Voltolina

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