Leaving Chioggia never easy

“Probabilmente lascerò Chioggia. Dopo molti anni, credo sia giunto per me il momento di congedarmi da lei”. Questo pensiero sfiora la mente di un numero crescente di giovani chioggiotti ed esalta fantasie, che sembravano sopite da anni, di molti miei coetanei.

Ciò che più colpisce è quel “Lei”, detto con deferenza, come di un figlio che parla alla madre.

Ho iniziato ad amarla molti anni fa quando, adolescente, ogni lunedì mattina, mio zio Figaro (figura imprescindibile dalla città, di cui serba ormai vaga memoria) mi accompagnava all’Archivio Storico (situato allora presso Palazzo Grassi), dove un instancabile Dino Renier aveva ricavato, tra le cataste di documenti, un ufficietto in cui soleva svolgere le sue ricerche: spunti preziosi, autentiche chicche storiografiche per coloro che sarebbero diventati in seguito “Gli Amici dell’Archivio”. Studiosi rigorosi o semplici curiosi? Non importava, si era comunque accomunati dalla stessa passione: Chioggia.

L’impressione che ho al presente, del luogo dove sono nato e cresciuto, è quella di una città senza regìa. Non alludo esclusivamente alla politica, ma anche a una visione distorta e non lungimirante da parte della collettività.

La città è disallineata, nel senso proprio del termine: non è più in linea con sé stessa.

In quest’ultimo decennio, ho visto scomparire così tanti segni del paesaggio (la disciplina che, per gli addetti ai lavori, assume il nome di Semiologia), sotto l’indifferenza pressoché totale di tutti, dalle autorità al comune cittadino: alberi, pubblici spazi verdi, Casoni, i vecchi fortini, fregi architettonici, dune fossili, Masegni, fino alla recente demolizione dello stabile dei Canevini… e la lista non finisce qui.

A Sottomarina, tra Viale Amerigo Vespucci e Giovanni da Verazzano, sono spuntati come funghi, dei condomìni di sette-otto piani, completamente disarmonici rispetto al contesto circostante. In centro storico, aumenti di cubatura, stravolgimenti estetici, abbattimenti totali e successive riedificazioni di abitazioni storiche; anche nel centro storico di Chioggia sembrano non vigere le regole: nonostante la recente approvazione del Piano Particolareggiato del Centro Storico, si continuano ad autorizzare colori shocking: blu, fucsia, “finte” buranesi, in barba alle tradizionali tinte calde e brune dei nostri ocra.

Il decoro urbano è indecoroso quando addirittura, inesistente. Segnaletiche verticali piantate in fioriere, delimitano Piazza Duomo, autentico biglietto d’ingresso alla città. I giardini del duomo, sono stati sconvolti radicalmente durante la reggenza del sindaco Romano Tiozzo Pagio, con la rimozione di due filari di Ippocastani e dell’intero arredo marmoreo, realizzato dai grandi scalpellini Baldo di Calle San Cristoforo, risalente agli anni Sessanta. Ma ce n’è anche per l’altra sponda. Porta Garibaldi, trasformata in un “Panettone” (tale, con un certo orgoglio, la rinominò l’Assessore alla Cultura dell’allora Giunta Guarnieri), è stata relegata, tramite l’asportazione della copertura lignea, a un rudere. Il Corso del Popolo è un parcheggio indiscriminato di auto e, per metà, costantemente aperto al traffico. La rotonda di Campo Marconi è talmente stretta, quasi da impedire le possibilità di manovra agli autobus di linea in ingresso alla città…e le semisfere in pietra d’Istria che la delimitano, sono frutto di un estro geniale.

Gli unici giardini pubblici a Sottomarina restano ancora quelli ideati ben oltre cinquant’anni fa dalle Giunte Marangon e Bighin, che hanno subìto negli anni numerosi rimaneggiamenti, come il taglio tempestivo di tutti i pini marittimi esterni. Di fontane, nemmeno a parlarne: l’unica, addossata alla parete sud della cattedrale, non è in funzione da più di una decina d’anni.

“Perdonatemi queste mie dure insinuazioni”, cantava Freddie Mercury nell’intermezzo di “Innuendo”, autentico capolavoro epic-rock degli anni Novanta…ma non sono più capace di vedere la mia città ridotta in queste condizioni.

Vogliamo immaginare un futuro diverso per Lei, oppure continuare a sostenere nei Social che in fondo “Nialtri semo sempre i megio” e che “Come Ciòsa no ghe n’è”?

Vogliamo prendere coscienza che ogni singola pietra ha una sua storia e che ogni manufatto storico ha il dovere di essere conosciuto e rispettato?

Vogliamo credere finalmente nelle risorse artistiche di questa stupenda piccola Venezia, che l’intero entroterra veneto ci invidia, puntando su un turismo di qualità, sostenibile, attuabile solo grazie a un potenziamento della ferrovia esistente, attraverso un collegamento con Padova e Venezia?

Vogliamo infine innovare la nostra economia, investendo nei giovani, dando loro una prospettiva, affinché non continuino a pensare di lasciare la loro Madre-Chioggia?

Spero tanto di suscitare, attraverso l’indignazione, una nuova speranza, che possa sbocciare come una rosa di maggio.

Paolo Voltolina

(Nella foto: una vecchia cartolina di inizio anni Sessanta)