Quelli che all’Appiani…

23 febbraio 1997 – 23 febbraio 2022. Sono passati 25 anni da quel pomeriggio storico allo stadio “Silvio Appiani” di Padova. Sembra ieri. Perché il ricordo è ancora ben impresso nella nostra memoria, di chi c’era per vivere un momento di gloria dopo tanti anni di amarezze. Il Chioggia Sottomarina si giocava il titolo regionale della Coppa Italia Eccellenza-Promozione, una finale ben distante dai fasti del calcio che conta, eppure per i chioggiotti quella partita rappresentava una rivalsa. Una rivincita per le molte sofferenze che dopo l’era De Paolis avevano martoriato il calcio chioggiotto. Le retrocessioni, la Prima Categoria affrontando squadre che un tempo andavano bene per l’amichevole del giovedì, gli arbitri senza i guardalinee. Ma anche l’onta di una sconfitta a tavolino subita per non essersi la squadra presentata alla partita. E ancora le utenze tagliate, presidenti fantasma, acquirenti mai visti, iscrizioni in dubbio. Poi la rinascita, firmata Mauro Paglioni-Gianni Pagan-Arnaldo Crivellari, veloce, a bruciare le tappe, per risalire in fretta dall’inferno. Prima Cerilli, mostro sacro del calcio nostrano, poi Rossetti agli esordi come allenatore.

Vittoria dopo vittoria la squadra granata stava risalendo la china e quel 23 febbraio, in un freddo e nebbioso pomeriggio invernale, arrivò il grande proscenio, lo stadio “Appiani” che, anche se già messo in pensione dal nuovo stadio Euganeo, figlio di Italia 90, era un tempio consacrato al calcio per molti chioggiotti che, negli anni ’50 e ’60, si recavano a Padova per vedere le gesta dei biancoscudati di Paron Rocco.

Quel giorno il vecchio “Appiani” si accingeva ad ospitare la finale regionale della Coppa Italia Eccellenza-Promozione, Bassano-Chioggia Sottomarina che, al cospetto delle mitiche sfide del Padova a Milan, Juventus, Inter e tutto il gotha della Serie A, era una partita buona per qualche colonna sui quotidiani locali. L’organizzazione aveva previsto un afflusso sul migliaio di persone, quindi aperta solamente una parte della tribuna centrale, tutto il resto chiuso. Si sbagliavano e di grosso. Perché se da Bassano arrivò poco più di un centinaio di persone, da Chioggia ci fu un autentico esodo di tifosi, molti dei quali non assistevano ad una partita dell’Union dai tempi della Serie C.

La via che porta all’ingresso dello stadio era completamente invasa di chioggiotti, che arrivarono con ogni mezzo, ben forniti di seppie “roste”, salame e l’immancabile vino. Gli organizzatori erano impreparati ad un evento del genere, tanto che ad un certo punto finirono i biglietti. Che fare? Lasciare fuori così tanta gente, con il rischio di disordini? Alla fine si optò per la classica soluzione all’italiana: all’ingresso si davano le 10 mila lire agli incaricati e si entrava, senza biglietto e senza traccia. Sugli spalti più di 4.000 chioggiotti anche se, proprio per la mancanza dei tagliandi, non si saprà mai quanti furono realmente i tifosi che assistettero al match del secolo per i colori granata.

Vinse il Chioggia Sottomarina, con i gol di Luca Boscolo e Davide Bellemo. E non poteva essere altrimenti. Il lungo serpentone di auto tornò a Chioggia trionfante, bandiere al vento, clacson e ancora qualche bottiglia di vino da scolare. Una vittoria epica che, a distanza di tanti anni, viene ricordata forse come uno dei punti massimi delle recente storia moderna del calcio chioggiotto.

Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima, tra alti e bassi, cambi di nome, vicende societarie difficili, ma sempre con la stessa passione di quelli che all’Appiani vissero da protagonisti quella esaltante finale. L’attuale società è ambiziosa. Il presidente Ivano Bielo vuole quella Serie C che manca all’appello da 45 anni. I tifosi ci sono, sempre più numerosi. Piano, piano il vecchio “Ballarin” si sta rifacendo il look. La scalata è difficile, gravosa anche dal punto di vista economico, non solamente tecnico. Ma si è lì e anche se sembra molto dura, vale la pena provare a prendere esempio da quella squadra del 1997 che, pur giocando in Promozione, vinse in finale contro un avversario di categoria superiore, dimostrando che nulla è impossibile nel calcio, raccogliendo quindi l’eredità di quelli che all’Appiani scrissero la storia.

Daniele Zennaro

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