Salvate il bragozzo del museo

Il bragozzo fu l’imbarcazione di origine chioggiotta più diffusa per la pesca nell’intero Adriatico dalla fine del Settecento all’inizio del Novecento. Da una dettagliata statistica della Marina Italiana risalente al 1867, relativa alle imbarcazioni da pesca e da trasporto, risulta che nel solo circondario di Venezia esistevano 612 bragozzi, contro 205 unità di Rimini e 149 di Ancona.

La sua origine è da ritenersi molto remota, di probabile derivazione valliva (v. fondo piatto), di sicura provenienza clodiense, successivamente ampliatasi alle lagune venete, ma incerta la sua etimologia. Allo storico Mario Marzari sembra suggestivo immaginare che il nome derivi dall’unione di due termini barge, chiatta con vela quadra di cui è attestata la presenza fin dal secolo IX, e gozzo, barca da pesca stellata a prua e a poppa, interpretando così il significato della parola bragozzo come un natante a fondo piatto a cui si è cercato di dare prua e poppa armoniose, attraverso una distribuzione di volumi idonei a una buona tenuta marina e attrezzato con vela quadra.

Di certo il bragozzo si configura inizialmente come una barca per la pesca costiera di stretta derivazione dalla sua nobile antenata tartana, di cui ripropone la stessa forma e la medesima concezione strumentale di bordo, sebbene in dimensioni minori (inizialmente 8-9 metri di lunghezza), rispetto alla tartana, adibita alla pesca d’altura, che poteva raggiungere 16-20 metri di lunghezza. Fu di fatto un decreto emanato dalla Repubblica di Venezia nel 1770, a proibire alle tartane di pescare nelle acque dell’Istria e della Dalmazia e a determinarne la progressiva scomparsa, per concedere l’uso esclusivo dell’Adriatico Orientale agli abitanti di quelle coste che avevano lamentato una pesca eccessiva nelle loro acque effettuata  con la cocchia, (cocia in veneto), una rete a strascico particolarmente usata dai pescatori chioggiotti.

Da allora in poi, anche se il decreto venne abrogato undici anni dopo,  il bragozzo soppiantò la tartana , soprattutto per motivi economici; la costruzione di quest’ultima infatti comportava una spesa triplicata rispetto a quella impiegata per un bragozzo, e un equipaggio di otto persone, contro le tre (più tardi, tre più un mozzo) di un bragozzo. Esso raggiunse così il suo perfezionamento, approdando a dimensioni maggiori (12-14 metri di lunghezza), con un rapporto lunghezza-larghezza attorno al 4/1, armato con due alberi muniti di vele al terzo*, che gli consentirono di essere utilizzato per la pesca d’altura senza inconvenienti.

Per l’intero corso dell’Ottocento Chioggia rimase il principale porto occidentale d’armamento, mentre quelli della costa orientale furono Pirano, Rovigno, Lussinpiccolo. Nella seconda decade del Novecento, l’avvento e l’installazione dei primi motori a bordo, comportarono, oltre a una modifica della struttura di poppa per l’alloggiamento, il tramonto della vela; per lo più il bragozzo era diventato troppo grande per la pesca costiera e troppo piccolo per la pesca d’altura.

Questo breve excursus storico si è reso necessario per ricollegarmi al presente e parlare delle condizioni in cui versa l’unico bragozzo esistente in Chioggia, ovvero quello posto di fronte al Museo Civico della Laguna Sud. Non possiede un nome – l’occasione sarebbe propizia per poterlo adottare – eppure ha una madre (l’amministrazione comunale) che se ne disinteressa da tempo. Troppo. Guardarlo, semplicemente, impietosisce. Immobile, le vele ammainate, il fasciame di coperta e le coste che sembrano in procinto di scoppiare, una pompa a immersione che scarica ogni mezz’ora decine di metri cubi d’acqua dalla stiva, lo fanno apparire come un vecchio infermo, tenuto in vita da un respiratore artificiale. Qualche pescatore, da buon medico di barche, mi ha riferito che non gli restano molti mesi di vita, che occorre intervenire al più presto per scongiurarne l’affondamento.

Altre località, tra cui spicca Cesenatico, hanno saputo rivalutare molte delle antiche tipiche imbarcazioni locali, alcune delle quali provengono – ironia della sorte  – proprio da Chioggia. Noi, che avevamo la flotta di bragozzi più grande dell’Adriatico, siamo a malapena in grado di tenerne in vita uno. Basta osservare alcune foto o cartoline di Chioggia di inizio Novecento…gli alberi innalzati dei bragozzi nei canali sono così tanti da sembrare una selva…

Concludo con un aneddoto. Mio padre ha compiuto quest’anno novant’anni. Di professione faceva il falegname. Un bravissimo falegname. Discorrendo con lui alcuni anni fa, mi parla di una compagnia di amici di cui faceva parte quand’era giovane (siamo nei primi anni Sessanta). Era una compagnia di gaudenti a cui appartenevano molti membri della bonne société chioggiotta dal simpatico appellativo La compagnia dei magna e beva (tra cui figuravano il bravo pittore Enzo Ballarin, il prof. Varisco, fratello del poeta Renzo Ranzato Varisco, gli avvocati Guarda e Aprile, e molte altre rispettabili persone di cui mio padre non ricorda il nome) che occasionalmente si trovavano in una casetta posta in prossimità del Ponte di Vigo, affacciata sullo spiazzo della riva dove è stato collocato il congegno che aziona il “Baby Mose”.

Mentre mi racconta alcuni episodi esilaranti relativi a quel periodo, di cui conserva un ricordo vivido e felice, mi narra di due bragozzi in disarmo che avevano acquistato e che avevano provveduto a riportare al loro antico splendore: l’Astemio e il Gatin. Enzo Ballarin aveva ridipinto i due angioloni di prora, le greche delle fiancate e le vele, un abile fabbro ne aveva sostituita l’asta con una in acciaio, incidendola con motivi decorativi, l’arredamento interno e le parti in legno, interamente costruiti o rinforzati da mio padre. Con i due bragozzi, provvisti di velatura completa, spesso si avventuravano alla volta dell’Istria e della Dalmazia. Pur essendo assistiti da motore, l’andatura che riuscivano a raggiungere era talmente bassa da costringerli spesso a fermare qualche peschereccio che seguiva la stessa rotta, per farsi trainare.

Quando gli chiesi che fine avessero fatto le due imbarcazioni al termine di quell’amena esperienza, non mi seppe rispondere con precisione; mi disse che probabilmente andarono nuovamente in disarmo e, successivamente, “tagliati”. Un giorno, mentre stavo sfogliando in biblioteca il libro “Il bragozzo” (Mursia, 1982) del bravissimo e compianto Mario Marzari (v. sopra), fui sorpreso dal leggere a pagina 97, la didascalia della figura 36, che ritrae…l’Astemio? Recitava: ”Prua del bragozzo Astemio. Si tratta di uno degli ultimi bragozzi chioggiotti venduto agli inglesi, successivamente recuperato dal barone Rubin de Cervin e conservato ora nell’Arsenale di Venezia. Sulla prua sono dipinti i classici temi: la colomba, l’angelo musicante, il bollo e i barocchi”.

Una volta rientrato a casa, decisi di assecondare il mio intuito. Visitai immediatamente il sito del Museo Storico Navale di Venezia. All’interno della galleria immagini, collocato attualmente nel Padiglione delle Navi, situato nell’antica “officina remi” dell’Arsenale, risaltò al mio sguardo incredulo lui: l’AstemioChiamai subito mio padre, che stentò a credere a ciò che stava vedendo: quel  bragozzo, il suo bragozzo, era lì, intatto, salvo.

Salviamo il bragozzo del Museo. È l’emblema di Chioggia. Se affonda, affonda un importante tassello della nostra identità storica. 

Paolo Voltolina

*La velatura assume la denominazione di “al terzo” o “al quarto”, a seconda della posizione del punto di sospensione dell’antenna superiore, alla quale è inferita la vela.

2 thoughts on “Salvate il bragozzo del museo

  • Luglio 19, 2021 at 9:49 am
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    Egregio Signor Voltolina,
    l’identità storica della Città di Chioggia è già che ben affondata. Affondata più profondamente che nella Fossa delle Marianne. Commovente è l’opera di persone come Lei, che insistono con impegno certosino, nel rivisitare la storia, il folclore, l’identità storica appunto. Sottomarina va per la sua strada di località turistico balenare economicamente sicura, ma… nessuno si è mai chiesto cosa vengono a fare a Chioggia le masse di turisti e visitatori che arrivano a portare VALUTA ED ECONOMIA? A Sottomarina c’è la spiaggia. A Chioggia c’è (ancora per poco prevedo), una Città unica al mondo, con le sue meraviglie. Però se le “meraviglie” un po’ alla volta scompaiono per universale disinteresse, perché il visitatore dovrebbero venire a Chioggia a portare “schei” d’indotto turistico? Il Canal Vena è la sagra del fuoribordo. Gli spazi cittadine sono un immenso parcheggio. Chi ha le auto le dovrebbe mettere in “caneva”… chissà. Macché: fanno bella mostra in “calle”. Qui e là, sparsi per la città – ci sarebbe da fare una lista terrificante – palazzoni stile architettura brutalista sovietica. Certi edifici iper moderni edificati a macchia di leopardo, nel tempo in sordina, gridano vendetta. Pian pianino la Chioggia che fa girare l’economia non collegata alla pesca, sta scomparendo. Assieme al bragozzo che affonda, affonderà, come ben dice Lei, Egregio Signor Voltolina, la memoria storica e quatta quatta pure l’ecnomia cittadina ne risentirà. Oramai di bragozzi non ce ne sono più. Si pensa (bene?), di “tagliarli”. Perché a Cesenatico non li tagliano? Mistero gaudioso! Perché a Cesenatico il porto canale è sempre pieno di visitatori che si abbeverano con le immagini di vele e “proe” curvilinee. Forse che a Cesenatico sono più “attenti” e “lungimiranti”? A voi Chioggiotti l’ardua sentenza.
    Non sperate nei “politici”, la maggioranza di essi ha altri obbiettivi: mascherati da interesse per la comunità, ma della comunità non gliene importa in realtà, nulla. Ma proprio nulla. Dovete esser voi chioggiotti a muovervi. Magari con lo stesso impegno che ci mettete nel confrontarvi “se era rigore o non era rigore”. Oppure quale sia la mezzala più risolutiva esistente. O con la stessa attenzione con cui vi immergete nella quotidiana “scala quaranta”. Impegnatevi a salvare la UNICITA’ della vostra ineguagliabile ed irripetibile “Ciosa”.
    Cordialmente. Dino Doveri (già chioggiotto).

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  • Luglio 22, 2021 at 8:18 pm
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    Egregio signor Doveri mi trova perfettamente concorde con la sua analisi della città. Sembra che ai cittadini in primis non interessi la storia del loro paese. Se avessi pubblicato una foto con uno spritz in mano, avrei ottenuto molti più “like” rispetto a quanti hanno veramente letto fino in fondo un articolo che mi è costato tre giorni di studio e documentazione. Io svolgerò fino all’ultimo il mio dovere di informare, di sollecitare chi di dovere a intervenire, essendo ben consapevole però che il mio sforzo non produce gli effetti sperati. Almeno un giorno potranno dire però – rivendendo i miei scritti – “quella persona le andava dicendo da anni e non è stata ascoltata”. La ringrazio perché continua a seguirmi e leggere i miei articoli, intervenendo con considerazioni sagaci e pungenti.

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