Torre delle Bebbe: rovine o risorse?

Qual è la testimonianza storica più antica di Chioggia? É la domanda più frequente che mi viene rivolta da tutti gli amici e conoscenti che per la prima volta si accingono a visitare la città.

E ogni volta, inevitabilmente, restano sorpresi dalla mia risposta: “Quel che andate cercando non si trova in centro storico, ma appena fuori Chioggia…se la noterete; se infatti rientrando deciderete di percorrere la strada dell’Arzerone anziché il ponte translagunare, all’altezza della prima rotatoria che troverete, non tirate dritto, ma girate a sinistra; appena attraversato il ponte sul Brenta, girate nuovamente a sinistra in direzione Cavarzere; ancora qualche centinaio di metri e…attenzione! Sono proprio quei ruderi nascosti dalle sterpaglie che devono spingervi ad accostare e fermarvi: questo è ciò che rimane dell’antica Torre delle Bebbe”.

Una lapide apposta lungo il lato della strada – dettata probabilmente dallo storico clodiense Carlo Bullo – elenca gli avvenimenti più salienti di cui la Torre fu testimone dall’anno della sua edificazione (742), fino al più noto epilogo della Guerra di Chioggia (1380), con la sconfitta della flotta di Ambrogio Doria.

Sorta come presidio militare per volontà del doge Teodato Ipato, per difendere il confine meridionale della gronda lagunare dalle incursioni che tendevano a insediare la nascente Repubblica, fu innalzata lungo il ramo del Brenta vecchio (Medoacus Minor) che sfociava proprio in quella zona, e alla confluenza delle principali direttrici provenienti da Ferrara, Adria e Padova, tra le quali un tratto dell’antica via romana Popilia.

Per molti anni la storiografia locale la considerò come un torrione isolato, ovvero un semplice punto di avvistamento di eventuali truppe nemiche, mentre già da una mappa della seconda metà del Cinquecento conservata presso l’Archivio di Stato di Venezia, era evidente la presenza di un insediamento abitativo, dotato di ben due mulini, nonché l’intero complesso fortificato, di cui la Torre costituiva il punto più elevato, che assolveva anche a mansioni di barriera doganale.

Fu riedificata più volte, soprattutto in seguito alle due distruzioni a cui andò incontro Chioggia, per mano dei Franchi (810) e degli Ungheri (902), e fu protagonista nel maggio del 1215, della celebre, quanto curiosa e irriverente sconfitta dell’esercito padovano nel corso della “Guerra del Castello d’Amore”, per opera di Marco Cauco.

Seguirono anni di guerre e devastazioni, a cui la Torre resistette eroicamente come estremo baluardo meridionale della laguna veneta, presumibilmente abbandonato nel corso del XVIII secolo, in seguito alla dominazione napoleonica.

Non è compito di quest’articolo fare un excursus storico dettagliato degli avvenimenti che interessarono la Torre, bensì soffermarmi su un aspetto molto più urgente e rilevante: la sua conservazione.

La segnalazione sulle condizioni rovinose in cui versa attualmente il manufatto, mi è giunta da Filippo Rosteghin, nipote di Domenico Stevanin, suo unico e autentico custode per oltre trent’anni. Scomparso da poco, fu l’artefice della sua riscoperta, riportandone alla luce i resti dopo anni di oblio e di sommersione di erbacce e canneti.

Si prendeva cura della Torre con una dedizione straordinaria, effettuandone una manutenzione costante e meticolosa, attività che gli valse nel 1982 l’assegnazione della “Targa Marcus Caucus”, in qualità di “Custode delle memorie di Marco Cacco”. “Addirittura – racconta Filippo con la voce rotta dall’emozione – per alcuni anni, riuscì a organizzare una sagra attorno alla Torre, a cui partecipavano gli abitanti del circondario, e al termine della quale veniva apposta una ghirlanda sulla lapide.

Molte sono le auto che si accostano sul ciglio della strada per ammirarne i resti, segno di un interesse culturale che andrebbe ulteriormente stimolato. Auspico che l’Amministrazione e l’ex Provincia di Venezia, ora Città Metropolitana, facciano qualcosa per metterla in sicurezza per non perdere un pezzo così prezioso per il nostro territorio”.

Raccolgo l’appello di Filippo e lo ripropongo agli enti competenti, confidando in un intervento tempestivo e qualificato. Il tirante che dovrebbe tenerne unite le mura perimetrali, è ormai lasco e consunto dalla ruggine, la vegetazione ha preso nuovamente il sopravvento, rischiando di comprometterne la stabilità. Un’operazione di consolidamento e manutenzione straordinaria, sarebbero le cose più urgenti da fare; successivamente, potrebbe essere ripulita la lapide, attualmente non leggibile, posta una cartellonistica lungo la strada che ne segnali l’esistenza, e infine, una didascalia breve ed esauriente. Appositamente segnalato, illuminato durante la notte da luci alimentate da pannelli solari, il sito potrebbe essere inserito in un percorso culturale ad hoc, integrandolo agli itinerari turistici già esistenti. La Torre potrebbe così ritornare a vivere e Domenico Stevanin, dall’alto, a sorriderci.

Paolo Voltolina

(Nella foto: ciò che resta dell Torre delle Bebbe)